Bourbon Empire (R. Mitenbuler): un’insolita recensione

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Non appena sono entrato in possesso del libro Bourbon Empire di Reid Mitenbuler, ho deciso di sospendere la lettura della munifica opera completa di Philip Kindred Dick, iniziata esattamente un anno fa (sono capace di simili follie, dal momento che saranno perlomeno una cinquantina di volumi), e di leggerlo immediatamente. Un po’ mi avevano fortemente colpito gli apprezzamenti espressi da Antonio Parlapiano, autore della prefazione e postfazione, circa lo spessore dello scritto da lui letto più volte in lingua madre e da lui ritenuto seminale, e un po’ perché fortemente attratto dal titolo che tanto mi ricordava l’ultima fatica cinematografica di uno dei miei registi preferiti David Lynch, cioè Inland Empire. Non sarebbe stato un problema trovarmi di fronte a un testo altrettanto criptico e di difficile fruizione come il film citato, sebbene l’autore avrebbe dovuto fare i conti con le conseguenti difficoltà di vendita. Tuttavia ciò non è stato.
Vi era solo un piccolo intrascurabile ostacolo: non sono mai stato un grande entusiasta dei bourbon e difficilmente alla mia età potrò ravvedermi, sebbene non si possa mai dire. Ne ho provati molti per onestà intellettuale e desiderio di completezza di conoscenza dovuta alla passione per i distillati, e naturalmente alcuni li ho trovati molto buoni, paradossalmente non quelli costosi e ricercati mi hanno interessato, i quali mi sono sembrati come non potessero mantenere una promessa.

Altri invece ho preferito, molto più economici, trovati coerenti e sinceri. Vien da sé che è opinione personale, probabilmente è proprio ciò che si riesce a ottenere dal quel tipo di cereale, mais in maggioranza, che non mi garba. Cereale che molto spesso costringe per questioni tecniche a prediligere l’utilizzo dell’alambicco in continuo, del quale ho un’opinione non positiva. O forse perché il bourbon, come l’autore ripete più volte, è il legame più stretto che c’è con il capitalismo. Evidentemente non vi è affinità elettiva diversamente da quella viva che ho con lo scotch.
Ora mi trovo nella spiacevole e dolorosa condizione di dover parlare in maniera estremamente positiva di un libro che argomenta un prodotto mai da me particolarmente amato.
Diciamo fin da subito una cosa: il libro va assolutamente letto per i grandi meriti narrativi che ha. Non intacca minimamente il mio apprezzamento un errore, probabilmente non voluto, quando l’autore nel tentativo di spiegare i proof, confonda nella prova dell’accensione della polvere da sparo bagnata con alcool, il grado alcolico del proof anglosassone con quello americano, né quando in un’occasione ecceda inopportunamente nel pettegolezzo. Né il tentativo di strenua difesa dell’alambicco in continuo, che naturalmente non può trovarmi d’accordo, salvo poi nelle ultime pagine del libro, quasi un non dichiarato ripensamento, l’effluvio nella manifestata totale devozione verso l’atteggiamento produttivo della distilleria Coppersea che, guarda caso, utilizza un pot still (condivido peraltro l’apprezzamento per questa distilleria oltre per quello che fa, anche perché si è auto paragonata alla band dei Wilco, amata anche dal sottoscritto). Ma questi sono appunto dettagli trascurabili. Forse l’unico rilievo che mi sento di fare é che avrebbe potuto raccontare il percorso storico che ha portato gli americani alla scelta delle botti nuove per far invecchiare il bourbon.
Detto ciò vorrei fare notare che non necessita essere dei grandi amanti dei distillati per essere autorizzati a leggere il libro, anche gli astemi potrebbero farlo! Vive di una vita autonoma al di fuori dell’argomento trattato, grazie alla narrazione degli avvenimenti storici descritti in maniera avvincente, e la sua personale costruzione narrativa. Ci sono molti modi per illustrare una storia che racconti del whisky, in questo caso whiskey. L’autore ha scelto di farlo attraverso quella dei personaggi coinvolti in essa e che l’hanno, a volte casualmente, determinata. Un visione, se mi è concesso, quasi umanistica, con punti altamente coinvolgenti e narrati in maniera magistrale come l’ascesa e la caduta di George Remus (sebbene nello specifico gli eventi a lui occorsi si prestassero a farlo).
Uno dei grandi meriti del libro è quello d’aver individuato in un semisconosciuto George Thorpe, presumibilmente il primo distillatore americano di mais. Avvenne esattamente nel 1619 a Berkeley. Attenzione però, quella in Virginia e non la più nota e vicina allo scrivente (tengo a precisare per ragioni differenti per essere la patria dei Green Day) in California. Ovviamente i coloni all’epoca non si erano spinti così lontano! Confusione che potrebbe nascere tuttavia vista la pratica per noi di difficile comprensione, a utilizzare lo stesso nome per chiamare più città. A complicare la questione la Berkeley della Virginia si situa poco a sud della capitale dello stato Richmond. Ma anche la Berkeley californiana ha al proprio nord una Richmond e fra le due passano solamente 3900 kilometri in linea d’aria. A completezza d’informazione le Berkeley negli Stati Uniti sono 7, mentre le Richmond appena 21, presumibilmente per l’etimo più capitalistico.
Altro grande merito del libro è la ricchezza dei dettagli e aneddoti inseriti. Il tessuto narrativo ne è farcito pur rimanendo sempre scorrevole, altamente piacevole a leggersi e mai noioso, palatabile e molto spesso ironico (ironia colta alla perfezione presumibilmente dal traduttore che ha saputo trasferirla dalla lingua e cultura madre alla nostra).
Un terzo merito del libro, da me particolarmente apprezzato, è l’imparzialità che ha avuto l’autore nel dispensare le critiche, quasi tutte condivisibili. Un testo certamente scomodo a mio parere, che avrà irritato alcuni. Ne ha per tutti e non risparmia nessuno. I primi a essere bersagliati sono proprio i suoi connazionali, in maniera severa e senza scrupoli, pur rimanendo profondamente patriottico, come nello scritto traspare. Si va dalle perplessità circa la neutralità di giudizio delle guide con i loro punteggi (anche noi abbiamo scritto in merito), ai nuovi sommelier del whisky che nella loro versione purista, evidentemente a lui non gradita, sono descritti quali irritanti e tediosi (grazie Reid, ne faccio parte e con orgoglio!), dall’individuazione e messa all’indice dei falsi miti, all’analoga analisi verso i falsi storici, dalla critica verso alcuni prodotti largamente diffusi che hanno ritoccato al ribasso qualitativa la ricetta produttiva, alla pratica dell’utilizzo, nel passato e nel presente, di una falsa informazione per promuovere per fini di marketing i propri articoli.
Insomma un libro smascherante, come dovrebbero essere tutti i reportage giornalistici.
Infine, ma questo trattasi squisitamente di un godimento personale, ulteriore merito va alla citazione di numerosi scrittori che vi elenco: Mark Twain, Herman Melville, John Steinbeck, Graham Greene, William Shakespeare, Charles Dickens, James Jones, Francis Scott Fitzgerald.
Menzione speciale per l’edizione italiana pubblicata dalla casa editrice Readrink che ha stampato un libro davvero curato e di pregio, molto raffinato e con numerose, utili e interessanti note esplicative e la titolazione del nome del libro e del capitolo che stiamo leggendo a piè pagina, così non possiamo perderci.
Concludo confermando che è stata proprio una piacevole e interessante lettura, ricca, utile e formativa che mi non attendevo.
E adesso torniamo a Philip Kindred Dick!

Pino PERRONE

In : Libri

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