Glenlivet 1906

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a99e3ab18f26a5e90b17b73160d0a90aSe c’è una cosa che non sopporto, è la generalizzazione. Al contrario, amo molto la provocazione, propulsore dell’arte. Ebbene di entrambe si parlerà qui sotto, ma anche di un whisky epico che rappresenta la mia personale più datata sorsata nel mondo dei distillati.

Qualche giorno mi fa, mi telefona Max Righi per dirmi d’aver fatto un “gesto eclatante”. Ho subito pensato che avesse giocato a bowling nella sede di Whisky Antique, che per dimensioni si presta ad attività di questo genere (ma anche ad altre quali il footing, il polo, o come set cinematografico d’ipotetico remake di Shining) usando come birilli dieci bottiglie di Macallan millesimati anni 60. Per fortuna non si trattava di questo. Egli, era stato informato che su una pagina facebook si era parlato male di una propria bottiglia, affermando che si trattava certamente di un falso, giacché la stessa si trovava in suolo italico. Naturalmente questa persona (parola anche troppo generosa per lui) era di una nazionalità differente dalla nostra, un tempo ricordata dagli stranieri per la patria di santi, poeti e navigatori e ora di mafiosi, falsificatori, e politici corrotti. Non cadrò nella tentazione di citare la nazionalità di questo calunniatore, giacché a me cara. Tutto ciò per porgergli un sonoro schiaffo morale. La cosa che ha fatto imbestialire Max (e naturalmente anche il sottoscritto) è l’ordinaria associazione fra Italia e Fake che oramai è un refrain nel mondo del whisky. Purtroppo è in questo modo che all’estero ci vedono. Perdonatemi se sarò un po’ retorico ma, se volessimo, ogni nazione avrebbe un’occasione per fare della generalizzazione. Potremmo anche noi affermare che certe popolazioni sono dei ladri, altri degli spilorci, altri ancora presuntuosi, per non parlare dei tronfi, dei guerrafondai ecc. A che serve tutto ciò in un’Europa unita?  E chi lo sa. Resta che la nostra reputazione ora è codesta. Naturalmente qualche errore in passato l’abbiamo commesso nel mondo di questo distillato. Chi lo nega. Una ragione sufficiente per generalizzare? E i nostri meriti nel panorama dei single malt, come mai, in questi casi, non sono mai messi sul piatto della bilancia? Fa comodo dimenticarsene, soprattutto da quando le distillerie hanno chiuso i rubinetti ai selezionatori indipendenti ai loro acquisti. Thanks for showing us the way. You can go home, now, si narra che qualcuno abbia detto. Inoltre, le altre nazioni sono forse completamente pure, integerrime? O ci siamo dimenticati con troppa facilità, che ognuno di noi sta ancora pagando le conseguenze del fallimento di un’importante banca d’affari di oltre oceano? Erano italiani anch’essi? Ne dubito. Ci siamo mai sognati di definirli tutti come bancarottieri?  Terminando questo discorso tanto declamatorio e molto patriottico che ha stancato anche me, come si può rispondere a una dichiarazione come quella sopra citata? Certamente uno dei modi è quello della provocazione, appunto quanto applicato da Max, che ha aperto la famigerata.

661c41d2dc15e2bc09cba80310b30a6fMa presentiamola questa nonnetta e tentiamo di comprendere se si tratta di un falso oppure no e con l’occasione cambiamo registro e passiamo dal faceto al serioso per profondo rispetto:

THE GLENLIVET 1906 imbottigliata nel 1920 da J.T. Moore di Liverpool 80 proof

Per chi non lo sapesse e a costo di dire delle ovvietà, i proof corrispondono alla gradazione alcolica. Negli U.S.A. sono il doppio del nostro titolo alcolometrico, nel Regno Unito, per tradurlo in volume alcolico, bisogna fare una semplice divisione per sette e il risultato ottenuto deve essere moltiplicato per quattro. Pertanto 80 proof anglosassoni corrispondono a circa 46%.

Le foto a corredo, evidenziano immediatamente che siamo di fronte a un tappo “vissuto”e che si è spezzato all’apertura e con un corredo nella sommità di muffe bianche da far invidia a un Camembert. Tutto questo depone d’essere alla presenza di una bottiglia datata, e anche parecchio. Per quel che concerne la rottura di un tappo, per inciso, all’80% delle bottiglie vecchie di whisky, ciò accade. Lo ribadisco per coloro che non lo sapessero e confondano tale disagio a un’errata conservazione della bottiglia stessa.

Il campione di cui sono in possesso è un sampler. La degustazione è avvenuta in due riprese, in due giorni differenti, in due momenti della giornata diversi, una volta all’aperto e l’altra al chiuso, la prima volta insieme ad altre tre persone e la seconda da solo, e, infine, la prima dopo aver mangiato e la seconda a digiuno. L’analisi sensoriale che ne segue è la sintesi delle due.

f61816e9d08fac128e0903cad2bc7fa1Il colore è un ramato con riflessi bronzei, una tonalità calda ma “stanca”, affatto viva e brillante. Osservando bene il bicchiere si notano delle particelle in sospensione. Altro elemento estremamente indicativo. E non trattasi di residui del tappo, bensì presumibilmente di tartrati. Potrebbe trattarsi di una bottiglia o molto vecchia o che ha subito una forte escursione termica. Inoltre agitando il bicchiere, gli archetti prodotti sono molto distanti fra loro. Ciò mi induce a pensare d’attendermi in fase gustativa, una carenza di corpo, di masticabilità e un’alcolicità ridotta. Potenziale rivelatorio della visiva!

All’olfattiva, prima ancora di tentare di individuare qualsiasi aroma, emerge chiara subito una cosa. L’alcol, dov’è? Si partiva da 46 gradi pertanto, seppure fosse stato perfettamente elemento integrato, si sarebbe dovuto sentire. E invece solo un pelino, come se non fosse un distillato. Ricorda certi vini liquorosi, forse un Marsala o un vin santo. Comunque sia aromi di ossidazione.  Se fosse stato un falso degli anni ’90 (in tale periodo si concentra, infatti, la maggior parte di essi) sarebbe trascorso un periodo sufficiente per annientare le consuete pungenze alcoliche? In base alla mia personale esperienza, no. La vinosità del campione, non supportata da alcolicità, è un nuovo elemento di ciò che potremmo aspettarci più tardi in fase gustativa, non illudiamoci che avrà grande spessore. Tuttavia non sono gli unici aromi a essere espressi. C’è una ciliegia quasi uscente dal campo olfattivo, come se stesse pronta sull’uscio della porta per andarsene. E in evidenza note terziarie, di legno, madia antica, la Patty ha detto coppale, brava! (le donne hanno il miglior naso), e ancora certamente del tabacco e scatola di sigari (legno di cedro) cacao amaro e una nota boisè, leggermente affumicata. Non finisce qui, sicuramente liquerizia ma anche una nota speziata, forse cardamomo. Cerco le note tipiche di un annoso Speyside perché di una cosa sono ormai convinto, questo whisky è molto vecchio, e trovo una nota di miele e di cera d’api e nota ammandorlata, di nocciole e liquore nocino. Il cedro del legno diventa con il tempo un candito di cedro e l’esotico si completa con sentori di datteri, albicocca e altro di cui non sono certo, come papaya o kiwi, chissà. Un ventaglio olfattivo complesso che potrebbe, in effetti corrisp55c280ae4e682f589c0b7e4202838b7bondere a uno proveniente da questa regione con molti anni sulle spalle ma, attenzione, in bottiglia. Sarà un Glenlivet? Nessuno, credo, possa dirlo con certezza. Se lo confronto con quelli moderni è tutt’altra cosa, ma le distillerie non sempre hanno mantenuto negli anni lo stesso stile. Soprattutto nelle produzioni antecedenti alla seconda guerra mondiale. Come mi diceva Max Righi, è molto simile in aroma, a quelli che ha assaggiato in Scozia recentemente con Serge e tanti altri fortunati disgraziati, durante il pre-war tour. Ma procediamo all’assaggio.

Gli araldi avevano detto il vero! L’ingresso è decisamente rarefatto. Volendo scommettere avrà una trentina di gradi alcolici. Ma non da l’idea d’essere un whisky diluito fino a questa alcolicità. Ha una sua integrità. Non so come spiegarlo meglio a chi non ha mai assaggiato un whisky con decenni in bottiglia, non sembra un whisky diluito fino a trenta gradi, ma di trenta gradi! Purtroppo non ho la quantità sufficiente per togliermi la curiosità e fare un esame con un alcolometro. Meglio così, giacché il contenuto non arriverebbe all’esame. Infatti, a dispetto di questa carenza di alcolicità, mantiene una sua grande piacevolezza, con una oleosità che non si riscontra quasi più nei whisky moderni. Ed è inaspettatamente piuttosto persistente. Ritornano in misura più delicata le note descritte all’olfattiva, che rimane il lato forte della degustazione. In retro gustativa un torroncino al caffè che mi era sfuggito. Ma sopratutto è buono. Non mi esprimerò in un punteggio poiché sono contrario a farlo per principio, ma in questo caso sarebbe anche inopportuno: sono troppo influenzato dal conoscere ciò che potrebbe essere questo nettare. Concludendo, non saprei dire con certezza se sia o no un Glenlivet dei primi del ‘900. A mio parere è un whisky molto vecchio e probabilmente proveniente dallo Speyside, con aromi terziari tipici di un lungo affinamento in bottiglia. Infatti, rammento, che qualora ritenessimo fedele ciò che sia scritto in etichetta, avremmo di fronte un prodotto di soli quattordici anni , gli altri 96 li avrebbe trascorsi in vetro. Diverso è il caso di quei distillati assai lungamente invecchiati in botte: saprebbero essenzialmente di legno. Come quel Glen Grant di 59 anni che qualche fortunato di noi ha avuto il piacere d’assaggiare a Parigi (e sul quale m’interrogo ancora di come possa aver mantenuto dopo quasi sessant’anni i suoi 60,8%). Qualunque cosa sia è preziosa, e secondo voi si creano falsi con cose di valore? Se poi valga i 3.025 euro che costava, è tutt’altra faccenda e dipende da come si affronta una degustazione. Se chiudiamo gli occhi senza pensare a ciò che stiamo assaggiando, probabilmente no. Se invece siamo degli enthusiast e ci lasciamo trascinare dal poter gustare un prodotto storico, introvabile e per certi versi didattico di un epoca che fu, questo potrebbe risultare un’incredibile esperienza che a quel punto sarebbe senza prezzo, quale per me è stata.

Pertanto ringrazio ancora Max per il campione datomi e gli ricordo d’esser pronto ad assaggiare ogni ulteriore conseguenza dei suoi atti d’intemperanza.

Pino PERRONE

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3 Comments

  1. davide

    Un daily dram

  2. pino perrone

    Giustappunto. Come ci sei arrivato?

  3. andrea franco

    Quasi quasi anche stasera, vero? 🙂

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