IL COLLEZIONISTA 2.0

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velociraptorJP…ovvero Jurassic Malt e i velociraptor

A distanza di circa un anno e mezzo dalla pubblicazione de “Il Collezionista” (e pertanto chi non l’avesse letto o non ricorda tutto, può trovarlo qui), sento la necessità in primis di scusarmi per non aver ancora ottemperato con il proposito con cui chiudevo lo scritto, e poi di ritornare sull’argomento dal momento che la situazione è piuttosto peggiorata e non avrei mai minimamente immaginato che un lasso di tempo talmente basso, rendesse “datato” in alcuni passi l’articolo succitato. Strani figuri si aggirano nel magico mondo maltato, e se avete la pazienza di arrivare sino in fondo all’articolo scoprirete a chi mi riferisco.

Comincio con un appendice al precedente. Quando feci leggere l’articolo in questione a una persona molto nota nel mondo whiskyfilo italiano che non vuole essere citata, grande esperto del quartetto di Liverpool nonché di letteratura in particolar modo francese, e al quale sono grato per avermi invitato a rivedere una prima stesura fin troppo severa, egli mi chiese se m’intendessi di collezionismo di ceramica. Lì per lì non capii e comunque risposi di no chiedendo la ragione di tale domanda. Poi ti dirò, mi rispose. Qualche settimana dopo, quando lo risentii, gli domandai nuovamente il motivo della sua richiesta che mi aveva incuriosito non poco. Mi rispose che aveva trovato corrispondenza in ciò che scrissi in un libricino che descriveva un collezionista di ceramiche e che m’invitava a leggere : Il violino di Faenza di Champfleury, pseudonimo di Jules François Félix Husson Fleury. Subito una sinapsi produsse l’effetto dovuto. UTZBruce Chatwin, Utz, mio Dio, come avevo potuto dimenticarmene! Eppure quel libro mi aveva entusiasmato moltissimo e lo lessi tutto di un fiato, l’ultimo giorno dell’anno di ventitré anni fa (raccolgo patologicamente traccia di quel che leggo e in che data). Un autore colto e fine descrittore in ogni situazione narrativa. Uno scrittore che ho apprezzato moltissimo, tanto quanto l’antipatia che provavo per la sua persona. Un testo fondamentale per capire le sfaccettature del collezionismo e del collezionista, da lui descritto come “un teologo in incognito, e per lo più eretico”. D’altronde lo scrittore dell’argomento se ne intendeva eccome. Avrebbe voluto scrivere un saggio sulla psicopatologia del collezionista coatto, ma non se ne fece nulla. Inoltre Utz si trattava della sua ultima opera, prima di morire prematuramente di AIDS. Misi da parte l’informazione, ripromettendomi di rileggere quel libro non appena possibile e cominciai la ricerca del libricino di Champfleury, pubblicato da Sellerio nella collezione Il Divano, come l’Innominato mi aveva segnalato. Senza recarmi in libreria, provai in qualche sito di vendita on-line specializzato. Su Amazon lo dava per esaurito, su Ibs anche. Provai allora sul sito della casa editrice, esaurito anche li. Scoprii, inoltre, che erano fermi alla terza edizione del 1992 (la prima del 1990, la seconda l’anno successivo). Qui si mette male, pensai. Non mi rimaneva che cercare nel motore di ricerca più importante del settore, Abebooks, per vedere se qualche libraio del globo iscrittovi, l’avesse in catalogo. Nessuno. Roma è una grande città, prima o poi l’avrei certamente scovato in qualche bancarella o presso qualche libraio. Non si trattava certo di un libro raro. Ma tutta questa pazienza non l’avevo, qualche strascico da collezionista mi è rimasto evidentemente, e pertanto non mi diedi pace. Cominciai a pensare ad altre possibili soluzioni ma non me ne venne in mente nessuna, salvo di sottrarlo a qualche biblioteca che scartai subito come ipotesi poco etica. Potevo sempre chiederlo in prestito a l’Innominato, ma non mi andava di farlo. Inoltre quel fine dicitore si trovava al momento all’estero, e per qualche mese! Infine, deluso, mi venne voglia di cercare i libri della medesima collana posseduti. Altra forma patologica, sono disposti, nelle varie librerie, divise per casa editrice. Pertanto non mi sarebbe stato difficile. Non erano molti, sette, ed essendo libricini, li prelevai tutti con una mano e li guardai distratto nella loro disposizione, in successione numerica crescente.

champfleuryNumero   1 Abate Dinouart, L’arte di tacere.

Numero   3 Nino Savarese, Gatteria.

Numero 10 Champfleury, Il violino di Faenza.

Numero 28 Geoffrey di Monmouth, La profezia di Merlino.

Numero 45 Apuleio, Amore e Psiche.

Numero 46 Nicolò Tommaseo, D’amor parlando.

Numero 50 Stendhal, I privilegi.

Cosaa? Lo avevo in casa e non lo sapevo neppure? Ed io che lo cercavo per mari e monti! Subito andai a vedere sulla prima pagina oltre la copertina se l’avessi letto. No, per fortuna, lo smacco sarebbe stato ben maggiore. L’avevo probabilmente acquistato in un periodo in cui accumulavo libri per leggerli poi e me ne ero dimenticato. Oppure mi era stato regalato. Non lo sapevo. Seconda edizione 1991. Cominciai a leggerlo a partire dalla prefazione di Vittorio Fagone. Ed ecco a pagina 27 la folgorazione. “ Un altro romanzo della ceramica allo stesso modo lucido e intrigante, sarà pubblicato solo più di centoventi anni dopo, nel 1988. Utz, ora tradotto anche in italiano, è il testamento letterario di Bruce Chatwin, uno scrittore inglese sapientemente colto, eccentrico ma non disincantato, certo non indenne da quella Porzellankrankheit (malattia della porcellana) che attraversò come un epidemia l’Europa mondana e raffinata del XVIII secolo, e che egli fa rivivere entro lo specchio ustorio della curiosità vorace e gelosa di un collezionista.”

Ecco perché probabilmente ne ero in possesso. I libri attraggono i propri simili. Sono loro che ti scelgono e non tu loro!

Questo libricino descrive in maniera dettagliata e sapiente la malattia del collezionista ossessivo- compulsivo. Per certi versi, li deride, ma non manca di un certo rispetto. E’ estremamente godibile e lo consiglio a tutti, sempre che riusciate a trovarlo. Il finale tragico-comico e per di più catartico, riconduce agli interessi dell’essere umano più naturali e genuini, del tutto condivisibile.

Prima di rileggere a distanza di tanto tempo Utz, mi sono documentato, e così ho scoperto cose che all’uscita del romanzo non erano ancora note. Un Kaspar Utz è veramente esistito ma il suo vero nome era Rudolph Just, collezionista di ceramiche e non solo, che conobbe Chatwin nel 1967 quando lo incontrò a Praga in un parco, quale esperto della casa d’aste Sotheby’s dove lavorava. L’incontro fu infruttuoso e forse per questo motivo, a distanza di tempo nel 1988 quando scrisse il racconto, Chatwin lo trasformò in un individuo solitario e problematico. Racconta di un uomo che aveva consacrato la sua vita interamente alla sua collezione, che non aveva altri interessi al di fuori di essa ed era teso a difenderla, prima dai nazisti, poi dai comunisti della Praga occupata. Ma al contempo, la stessa raccolta di ceramiche, é raffigurata come un despota, che lo tiene prigioniero e gli impedisce di scappare definitivamente dalla Cecoslovacchia, rovinandogli la vita. Il finale è troppo simile al libro di Champfleury per non pensare che l’autore non abbia potuto leggerlo. Invece, la vera collezione di Just è stata venduta smembrata all’asta tredici anni fa. Ora questa descrizione del rapporto di dipendenza e d’amore-odio che ha un collezionista nei confronti della propria collezione, la trovo perfetta e sebbene non tutti arrivino a tale situazione patologica, queste persone esistono tutt’oggi e alcuni collezionano bottiglie di whisky. Ciò mi consente di parlare della nuova situazione creatasi che ironicamente ho definito :

poeJurassic Malt e i velociraptor.

Chi colleziona bottiglie di whisky, tendenzialmente, non cerca di serbare per se stesso quelle buone, bensì quelle rare e introvabili. Che poi all’assaggio facciano, perdonatemi l’espressione, schifo poco importa. Alcuni di loro non lo sapranno mai. Altri non sono neppure educati a comprendere la differenza fra ciò che è di qualità e ciò che non lo è. Stiamo pertanto parlando o di distillerie operative ma con rilasci usciti almeno venti o trent’anni addietro, oppure, e sono la maggior parte dei casi, di distillerie chiuse, smantellate o demolite. Domandarsi poi perché una distilleria chiuda sarebbe oltremodo utile. Opinione personale vien da se, circa la metà delle distillerie scozzesi chiuse e delle quali si trovano ancora dei prodotti, meritavano di esserlo. Sono pertanto estinte, come i dinosauri. Bene, in questo mondo fatto di bottiglie preistoriche si aggirano i velociraptor. Figure di spazzini che razzolano tutto il circolante esistente per poterlo rivendere ai malcapitati collezionisti. Privati che vendono ad altri privati. E fanno anche grandi affari perché oltretutto sono dei fortunati. Hanno un’incredibile abilità a scovare bottiglie a scaffale in negozi che non hanno mai pensato ad aggiornare il prezzo. Si recano in questi posti mestamente vestiti per non dare nell’occhio ed effettuano i loro acquisti. E fanno bene a farlo, perché non è di certo loro la colpa se l’esercente che vendeva le bottiglie non si è mai documentato. Semmai è quest’ultimo da biasimare. E hanno anche il coraggio di fare una cosa che io non sarei in grado, trattare ulteriormente sul prezzo, come qualcuno mi ha raccontato d’aver fatto. Spesso, ma non sempre sia chiaro, di whisky non ne capisco nulla e ben lo sanno. Tuttavia a sentirli parlare, ne ho conosciuto qualcuno, sembrano dei grandi esperti. E vi assicuro che sono anche molto convincenti. Perché non è che non sappiano descrivere bene la storia della bottiglia in questione, tutt’altro, alcuni ne sa più di me. Riescono a dare ogni tipo di motivazione per valorizzare l’oggetto e giustificare il prezzo richiesto. “Ma ti rendi conto? Vuoi pagare meno un prodotto del genere? Ma non lo sai di che si tratta? “ Io si, lo so e tu?. Perché quando gli chiedi di che cosa sappia il whisky in questione e se lo hanno mai assaggiato, il silenzio cala sovrano. E scopri che non solo non hanno mai degustato quel prodotto ma neppure un altro proveniente dalla medesima distilleria. Si tratta quindi esclusivamente di mercimonio, e questo non sarebbe un problema se non esistessero i collezionisti ossessivo-compulsivi da spremere, oltre a qualche altra complicazione di stampo legale. Come ho già avuto modo di dire, a questo tipo di collezionisti puoi chiedere qualunque cifra e l’otterrai. Sfruttare debolezze altrui non mi sembra molto etico. Oltretutto sapendo bene a quanto poco si è acquistato. Ma se proprio non vogliamo scomodare l’etica, con la finanza si potrebbe farlo benissimo. Passi pure chi di questi non abbia un lavoro e ha trovato con questo sistema la possibilità di guadagnare qualcosa. Il problema è che, invece, spesso il lavoro assicurato costoro lo hanno eccome. Garantito e solido, più dello scrivente! Sembra tuttavia che non gli piaccia molto se si dedicano ad altro. Ebbene se tanto gradiscono comprare e rivendere bottiglie di whisky, nessun problema, ne facciano una professione legale e abbandonino il lavoro precedente. Chiedo troppo? Anche noi facciamo opera di mercimonio ma con una grande differenza, che paghiamo le tasse. Non sarò mai un delatore e sebbene qualche mio collega prima o poi potrebbe cedere per rivalsa al desiderio d’esserlo, forse non ce ne sarà neppure bisogno. Sono sempre più frequenti gli interessamenti da parte dell’Intendenza della Finanza a questo tipo di transazioni. E fanno bene. Perché, onestamente, non riesco ancora a comprendere la ragione per la quale se io commerciante mentre esercito il mio unico lavoro dovessi vendere una bottiglia senza emettere scontrino sarei passibile quantomeno di una multa, e altri dall’alto della loro rassicurante posizione no. Consiglio a costoro di stare più attenti e non solo per i controlli. Stiamo all’interno di una grande bolla speculativa e semmai scoppierà qualcuno potrebbe ritrovarsi con il tanto amato vecchio lavoro e una serie di bottiglie che tornano al giusto valore e a essere destinate allo scopo per il quale sono state create: aprirle e bersele. Io sono pronto e Voi?

poe2Concludo raccontando un recentissimo episodio che mi ha quantomeno commosso per non dire di più. Sono rimasto senza fiato per un paio di minuti, pensavo a un infarto. Come qualcuno sa sono collezionista di libri di un determinato autore. All’ultimo festival dei whisky di Parigi, a fine settembre dello scorso anno, mi sono recato in qualche libreria antiquaria a me nota per curiosare. Lo faccio sempre. In una di queste, situata nella Galerie Vivienne, sapevo di trovare alcune edizioni scovate nel web. Entro e chiedo al libraio se posso visionare le copie viste sul sito. Questi cerca ma non trova nulla. Probabilmente saranno state vendute, mi disse. Peccato, pensai, sebbene non mi aveva convinto la sua risposta. Sembrava quasi non volesse disfarsi dei libri. Avevo l’impressione che non avesse cercato con convinzione. Uscimmo, ero con mia moglie, per continuare la passeggiata e mentre mi allontanavo continuando a osservare le numerose vetrine della libreria, da distanza e con la coda dell’occhio un libro attira la mia attenzione. Mi avvicinai ed era uno di quelli che cercavo. Avevo avuto ragione quindi e rientrai in libreria per segnalarlo. Il titolare sorpreso si reca in vetrina e si fa indicare di quale si tratta e lo prende. Bella edizione e decido di acquistarlo. Peccato che non fosse quello che mi interessava di più. Un altro uscito nel 1955 in soli 850 esemplari per Les Bibliolatres de France con numerose acqueforti di Paul Lemagny. Non soddisfatto chiedo di cercare meglio che forse, come era sfuggito questo, anche qualche altra edizione sarebbe saltata fuori. Il libraio non era molto convinto, probabilmente aveva altro da fare, ma mi accontenta. Aspetto un po’ ed ecco che spunta l’edizione in questione. Bellissimo ma gigantesco. Era in folio e racchiuso all’interno di un cartone. Comincio a sfogliarlo ma m’interrompo subito per non alimentare la delusione. Ero con un unico bagaglio a mano per due persone e questo libro occupava trequarti di valigia. Dannazione! Però, pensai, me lo potrei fare spedire. Costava poco più di 150 euro, ma secondo me ne valeva molti di più. Gli chiesi se poteva inviarmelo a mie spese in Italia e mi rispose di sì e di mandargli una mail con la richiesta. Rientrato in Italia, ai primi di ottobre gli scrissi, ma non ricevetti mai risposta. Successivamente, preso dagli impegni di lavoro, me ne dimenticai. A un ossessivo-complusivo non sarebbe mai accaduta tale disattenzione. L’11 e il 12 di dicembre presso lo showroom Whisky & Co. presentammo il libro Iconic Whisky in anteprima italiana. Per l’occasione uno degli autori, Cyrille Mald, venne a Roma per raccontare libro e metodo. Una gran bella esperienza. E una gran bella persona, Cyrille. La sera del 12 andammo io e lui a cena insieme. Scoprì che avevamo molteplici interessi in comune e fu una serata memorabile. Nel corso della cena parlammo un po’ di tutto, libri inclusi, e nacque stima reciproca e amicizia. Cyrille è di Parigi così gli raccontai l’episodio sopra descritto e lo strano personaggio in questione. Stranamente non conosceva la libreria e fu sorpreso che un romano sapesse di un’esistenza a lui ignota e incuriosito mi disse che l’avrebbe visitata. La quinta edizione del nostro festival Spirit of Scotland ha visto la partecipazione in uno stand del libro Iconic Whisky e la presenza ancora a Roma di Cyrille Mald. Naturalmente ero felice di vederlo ma in queste occasioni la tensione da festival mi sovrasta e posso sembrare distaccato. Chiedo scusa, è caratteriale. Come lo incontro lo abbraccio e lui mi dice subito ”ho un regalo per te”. Per fortuna ero teso altrimenti non sarei riuscito a controllare l’emozione. Era incartato con carta di color carminio. Scoprii da Cyrille che questo matto di librario conservava carte da pacco antiche e le utilizzava per incartare i libri e cosa incredibile, della stessa epoca dell’edizione!!! Quindi anche la carta da pacco era degli anni cinquanta. Era ancor più bello di come lo ricordavo e non avendo proseguito a suo tempo a compulsarlo non avevo avuto modo di notare che le acqueforti erano ben 65! Altra cosa di non poco conto è che ognuna delle 850 copie era stata stampata con il nome dell’acquirente. Il libro in questione ho deciso di portarlo qui, presso lo showroom, per poterlo far visionare ai curiosi, dietro mia sovraintendenza. Perché racconto tutto questo? Non solo per condividere un’emozione che stava risultando per me fatale e sottolineare la monumentale generosità di Cyrille, che oltretutto l’ha portato con sé in viaggio, ma per far riflettere su un aspetto. Se una bottiglia di whisky tirata in 2958 esemplari di una nota e chimerica distilleria si vende intorno ai tremila euro, quanto invece dovrebbe valere un libro pubblicato in meno di un terzo di copie e che all’interno contiene 65 opere d’arte?

Citando nuovamente Manzoni “a Voi l’ardua sentenza

Pino PERRONE

In : Varie

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2 Comments

  1. Alessandro C

    Bravo Pino, bell’articolo. Potrebbe essere un’idea creare un incontro/dibattito aperto a tutti durante un Spirit of Scotland (o in altra occasione)da inserire in mezzo a qualche degustazione : collezionisti, distributori, investitori e semplici bevitori. E magari aprire una bottiglia da collezione…

  2. pino perrone

    e perchè no?

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