SAMAROLIADE (Perrone legge Samaroli)

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51JNcn28cjL._SX315_BO1,204,203,200_Ve lo avevamo promesso qualche giorno fa, ed eccoci qui, quindi, con la nostra lettura (quella di Pino Perrone) del libro di Samaroli, Whisky Eretico. Fateci sapere anche voi!

“Sta facendo molto discutere il libro whisky eretico del maestro Silvano Samaroli. Un libro che ho letto intensamente come meritava e che necessiterebbe di un ulteriore libro di dimensioni superiori di volume per poterlo delineare e decifrare appieno. Una narrazione perfino d’antan, idilliaca, epica, la quale ha ispirato il titolo dell’articolo, piuttosto a voler descrivere il whisky come era rispetto ad ora. Un percorso che somiglia a una fiaba, in alcuni casi distante dalla realtà. Del resto se oggi leggessimo il libro scritto nel 1887 da Alfred Barnard nel suo pellegrinaggio per le distillerie del Regno Unito, non potremmo non notare la differenza con il presente. Un approccio al whisky, per certi versi, di carattere sessuale, come esplicitamente fa riferimento l’autore, tanto da farmi pensare a un titolo alternativo proponibile, il whisky erotico. Scherzi a parte, Silvano eretico lo è sempre stato e al sottoscritto tali dissidenti sono sempre piaciuti. Come eretico era Giordano Bruno, citato a ragione nel libro. Naturalmente essere eretici oggi è cosa ben diversa rispetto al passato, si rischia gran lunga meno e il termine ha perso quella sua tipica accezione di miscredente trasformandosi più in anticonformista. E a tal proposito non posso non ricordare con quanto piacere lessi esattamente vent’anni fa un libricino scritto da un autore, eretico anch’esso, che meriterebbe maggior attenzione rispetto a quella che ha invece ricevuto. Mi riferisco al grande scrittore russo Evgenij Zamjatin, autore di Noi, probabilmente il più importante romanzo distopico mai scritto.

930-3Redatto nel 1922 e censurato in Unione Sovietica fino al 1988, pubblicato in lingua inglese nel 1924, non mi sorprenderei affatto se George Orwell, quando nel 1948 si rifugiò nell’isola di Jura a lui così cara per l’isolamento che ha e che cercava per potersi concentrare a scrivere il suo 1984, fosse stato fonte d’ispirazione per la sua fortunata opera. Ma il libricino a cui mi riferivo era un altro, scritto da Zamjatin l’anno precedente a Noi, quando redasse la biografia dell’inventore della termodinamica Robert Mayer, un eretico che ha pagato a caro prezzo il suo dissenso, uscito nell’edizione italiana pubblicata da Sellerio proprio con il titolo di Il destino di un eretico. Un testo che fa riflettere sul rispetto che dovremmo tenere nei confronti di coloro sostenenti tesi diverse dalla nostra. Citandolo “Eppure il mondo è vivo solo grazie agli eretici, solo grazie a chi nega l’oggi, come qualcosa d’incrollabile e di infallibile. Solo gli eretici aprono nuovi orizzonti, nella scienza, nell’arte, nella vita sociale; solo gli eretici, che negano l’oggi in nome del domani, costituiscono l’eterno fermento della vita, garantiscono il suo costante progredire. Un libro appassionante e con un piglio romanzesco che lo rende godibilissimo. Orbene, altrettanto atteggiamento, ho riscontrato nel libro di Samaroli. Non guasta per nulla il fatto che sia ben scritto, qualità che il buon Silvano non attribuiva a se stesso, come mi diceva qualche mese fa, elogiando una mia prefazione che gli inviai, per un libro a lui dedicato ancora in fase di progettazione. Purtroppo che il whisky eretico sia opera letteraria di tutto rispetto “a prescindere”, tende a essere trascurato, concentrando molti, sen non tutti, a esprimere pareri esclusivamente sui contenuti, quelli che appunto hanno fatto storcere il naso a molte persone. Ci sarebbero innumerevoli questioni d’affrontare ma mi soffermerò solo sulle quelle che più mi hanno colpito. Premesso che il sottoscritto prova quel rispetto di cui si parlava sopra nei confronti di Silvano Samaroli in maniera incondizionata, e proprio perché ne ha ciò non deve impedire nel non essere d’accordo su tutto ciò che l’autore scrive, spiegandone le motivazioni, c’è da dire che Silvano alcune cose le sostiene da sempre. Se la coerenza è un difetto allora Samaroli ne soffre. Ricordo un numero di Slow Food di almeno quindici anni fa, dove ci fu un botta e risposta con il compianto Michael Jackson a proposito di certe forti e tranchant dichiarazioni di Silvano, quali che il single malt era morto. E ricordo ancora che al tempo presi le parti dell’anglosassone. Sono trascorsi molti anni ed essendo peggiorata decisamente la situazione, un esempio su tutti la massiccia produzione di no age statement sotto gli occhi di ognuno di noi, avevo ipotizzavo che l’autore delineasse uno scenario, qualora possibile, ancor più catastrofico, rispetto a quanto risulta nel libro. Naturalmente mi resi subito conto che nulla avrebbe potuto essere peggiorativo a una dichiarazione di morte già avvenuta. Ciò potrebbe significare una cosa, che Silvano aveva anticipato i tempi, come gli eretici riescono a fare. Tuttavia, sebbene rispetto al passato sia molto meno difensore delle tesi di Jackson, non sarei così pessimista. Anzi, mai come ora il mondo del whisky è in fermento e in evoluzione. Siamo letteralmente invasi da release ufficiali di distilleria e prodotti selezionati da imbottigliatori indipendenti. Che poi la qualità degli attuali non corrisponda alle aspettative storiche di Silvano, dovrà farsene una ragione, sebbene non mi sembra affatto sia tutto da cestinare! E ad ogni modo anche al sottoscritto dispiace invecchiare e preferiva le energie che aveva da giovane.

Ma le cose cambiano e non è detto che la storia sia sempre da tutelare. samarolisilvanoSamaroli lo sa bene. Egli stesso accenna nel libro il principio della legge di conservazione della massa, enunciato da un altro eretico come lui, Antoine-Laurent de Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, vera e propria chiave di lettura dal sapore buddista che è, a mio modesto avviso, utilissima per adattarsi ai cambiamenti inevitabili della vita. Altra chiave di lettura ma del libro, è invece tutta racchiusa nella citazione iniziale di Nietzsche. “Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.” E siccome il libro di convinzioni è pieno, ciò potrebbe sembrare un’evidente contraddizione, se non si arrivasse a leggere quello che più avanti scrive Silvano, “tutto è vero e tutto è falso…il mondo è pieno di contraddizioni, ma la mancanza di contraddizioni non è un ingrediente necessario per la verità. Anzi, spesso è proprio dentro le contraddizioni che si nasconde una verità più grande”. Penso che solamente tenendo conto di tutto questo si possa capire profondamente il libro senza fraintendimenti. Malintesi che, invece, ci sono stati da parte di chi si è limitato a leggere la sola intervista fatta all’autore che provava a spiegare il libro, tentativo a mio parere non riuscito perché il libro è molto, ma molto di più. Mi riferisco anche alla supposta denigrazione del Cognac che viceversa non è mai messo all’indice, mentre, in molte parti del libro, è citato quale esempio di eleganza verso il quale tendere. Questione spinosa è invece quella di cercare di spiegare un approccio esoterico, che condivido in maniera assoluta, a chi non lo è. Penso sia molto difficile farlo, poiché si parte da basi completamente differenti, come due che interloquissero fra loro parlando ognuno la propria lingua non conosciuta dall’altro. E poi, se devo essere sincero, considero Silvano un esoterico incompiuto, poiché tende a esserlo ma ogni tanto cede al razionalismo, lontano da ogni logica esoterica, ad esempio quando rivela in realtà d’essere un fondamentalista. Oppure quando pone ragioni prettamente mediche nel sostenere la non salubrità nell’assunzione di distillati bianchi, quelli non nobili. Naturalmente è scientificamente dimostrato che è tutto vero ciò che afferma, circa la maggiore digeribilità dei distillati lungamente invecchiati in botte rispetto alla nocività di quelli bianchi, tossicità che, rammento e del resto lo sappiamo tutti, hanno anche ogni tipologia di fungo. Questo non c’impedisce di nutrircene godendone.

unnamed1-300x300Il sottoscritto, proprio perché pensa come Silvano che solo il 5% della nostra porzione di coscienza sia noto, sostiene da vero esoterico, che se si assumono prodotti i quali mantengono una sorta di autenticità che dobbiamo alla natura che li genera, se si rispetta tutto ciò e si trova piacevolezza e gratificazione nel fruirne, effetti solamente negativi non avvengono. Per tale ragione non paragonerei mai una magnifica grappa o un eccellente distillato di frutta a qualsiasi altro distillato bianco per nocività, assimilandoli in un certo senso alla vodka, sulla quale concordo pienamente che tutti potremmo farne a meno. Inoltre, prodotti universalmente riconosciuti come organicamente puri e salubri, se cucinati in maniera disdicevole o se sono sgradevoli per loro conto, e pertanto fruendone non proviamo gioia e piacere, producono tossine che non avevano all’origine. Mi trovo fortemente d’accordo quando scrive che non è affatto necessario deglutire un buon whisky e che il vero piacere si sviluppa solamente nel naso e nella bocca, e non nello stomaco. E arrivo a essere molto più eretico di lui ipotizzando che la funzione di un distillato potrebbe essere, perlomeno in certi casi, esclusivamente olfattiva e che dovremmo sdoganarlo dall’essere doverosamente commestibile. Se un prodotto è affascinante ed emozionante all’olfattiva, se questo lo spinge ad essere evocativo come qualche volta mi è capitato d’incontrare, personalmente non avverto nessuna necessità e fretta di assaggiarlo. Ha già vinto così. Non mi sognerei mai d’assaggiare un profumo. Se è anche buono gustandolo tanto meglio. Ma non lo denigrerei se in bocca mi deludesse. Ho già fatto questo esempio in un’altra occasione per un whisky lungamente invecchiato, non possiamo aspettarci da un ottantenne che compia i 100 metri piani in 10 secondi! Pertanto non sono molto d’accordo a dover obbligatoriamente miscelare quei whisky che hanno, come dice Silvano, un difetto da troppo invecchiamento e che in gustativa sanno solo di alcol, legno e tannino e mancano di struttura ma al naso hanno profumi sublimi e inebrianti. Di certo questi aromi, con una miscelazione obbligata, andranno a mitigarsi, aumenteremo pure il corpo e l’acidità ma ridurremmo la sua unicità, ciò per cui eccelle. Del resto è lo stesso Silvano che sul finire del libro scrive proprio che un whisky per essere interessante non deve essere necessariamente perfetto e che lui non è interessato alla perfezione, oppure quando sostiene che l’imperfezione dona dimensione e carattere, tutte cose che mi trovano d’accordo. Discorso a parte è ciò che riguarda l’arte della miscelazione. 12068447_1049762411724336_4270158962269475233_oCertamente di arte si tratta ma sottolineerei una cosa. Prima di tutto volevo dire a Silvano che il discorso che sto per enunciare non è da appassionato ma da amante. Anch’io sono convinto come lui scrive, che la passione è utile all’inizio ma se non se capace a controllarla, t’imbriga, ti soggioga e che la soluzione è di osservare le cose con amore. Concordo che il blending sia la ricerca di un accordo che, se fatto ad arte, produce una miscela notevolmente migliore dei singoli whisky che lo compongono. Ciò che non è stato detto e che sono convinto che sia, è che esistono dei single malt di per se già sinfonie, continuando la metafora musicale. Alcuni li ha imbottigliati lui stesso. Questi capolavori d’emozione non andranno mai a confluire quali componenti di una miscelazione. Nessuno potrebbe impedirlo, ma se lo si facesse, si sbaglierebbe. Non sto sostenendo che non ci siano blended eccellenti ma percentualmente sono di gran lunga inferiori rispetto al totale. E comunque permettimi Silvano, il blending ha già dominato la scena per circa centoventi anni. Ora è il tempo di mantenere vivo il riscatto del single malt, quello che tu hai iniziato a condurre. Anche se non fosse qualitativamente corrispondente alle aspettative del passato, non ammainare la bandiera. Conosco bene i tuoi No-Age e li apprezzo tantissimo, ma non possiamo limitarci solo a gustarci quelli. Scrivi verso la fine che, stranamente solo nei confronti del whisky si considera che gli assemblaggi siano inferiori al prodotto singolo e che ciò non avviene per gli champagnes, i grandi vini, i cognac, i rum, i migliori caffè. Ne sei sicuro? Personalmente preferisco di gran lunga bere un vino prodotto da un’azienda, anche nelle annate sfavorevoli, anche con qualche difetto, che quelli delle Cantine Sociali, con tutto il rispetto per le stesse. I primi hanno più carattere, timbro, identità, territorio, e tutto ciò miscelandoli si perderebbe. Stessa cosa per gli altri esempi. Ciò ci fa perdere di vista la perfezione e l’armonia? Non m’importa assolutamente nulla. Non tendo a essere perfetto, nessuno lo dovrebbe. Cerco di trarre il massimo della piacevolezza dalle cose che esistono. E comunque la stessa, come anche tu scrivi, è di carattere squisitamente personale, non codificabile. Chiudo dicendo che il libro è splendido anche se giunge a conclusioni che non condivido.

Oppure proprio per quello…”

Pino Perrone

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